Una serie di sfortunati eventi

Ieri sono ricominciate le lezioni e, ovviamente, io mi sono ammalata.
Mi viene in mente una scritta storica che si stagliava con fierezza incredibile sul muro di un centro sociale anarchico nella periferia bolognese:

Seguo solo la Legge di Murphy.

Adeguatissima alla mia vita, potrebbe essere addirittura un’idea per un tatuaggio.

Comunque, ieri doveva essere uno di quei lunedì pieni di significati: nuovo inizio delle lezioni, nuovo inizio di settimana in cui avevo in mente un nuovo piano di allenamento che comprendesse almeno 5 o 6 giorni di attività, nuove giornate di studio intenso per rispettare la mia tabella di marcia. Insomma, mi mancava solo l’ennesimo inizio di dieta per completare il quadro.
E come al solito qualche divinità che mi ha in antipatia decide che no, non sarà affatto una giornata così.. così piena d’estasi, di energia, di voglia di correre su e giù per la città col computer sotto braccio.

Intanto avevo puntato una sveglia alle 6.30 del mattino per studiare almeno 3 o 4 ore prima di andare a lezione, ma Gino ha deciso che alle 5.40 era già il momento di alzarsi. Le mie sette ore e trenta di sonno calcolate al millimetro si sono frantumate contro il rumore nevrotico delle fusa del mio gatto. Ho provato a gettarlo fuori dalla stanza e rimettermi a dormire ma a quel punto all’incombenza di riprendere sono si sono aggiunti i sensi di colpa per aver maltrattato la povera bestia, che aveva avuto la delicatezza di svegliarmi con un ronfare dolce e amorevole invece che con dei traumatici miagolii.

Quindi mi sono alzata, ho fatto colazione e mi sono messa a studiare ma ho capito ben presto che le mie speranze erano destinate ad una fine nefasta. Mi si chiudevano gli occhi.. e nel frattempo mi si stringeva un cerchio alla testa. Il naso chiuso che mi aveva impedito un sonno agile la sera prima stava tornando alla carica come un cavaliere apocalittico e cominciavo a sentire quel tipico pizzicare in gola che ti porta ad una tosse tanto leggera quanto insopportabile.
Mi sono riaddormentata decidendo di non lottare oltre, e la mia mattinata ha finito per concludersi con un’oretta scarsa si lettura.

Ma non tutto era perduto.

Il mio inguaribile ottimismo (o meglio il mio patologico senso del dovere che mi convince di non avere alcun valore a meno che non mi spacchi il culo fingendo di reggere ogni peso che Dio manda su questa Terra con incredibile facilità) mi ha suggerito di partire all’avventura dopo un’aspirina e un pisolino, e così ho fatto.

Intrepida. Verso ben quattro ore di lezione in presenza, in due sedi differenti dell’università ovviamente a distanza di 1,5 km l’una dall’altra.
Ero pronta, carica, scattante.
Uscita di casa mi accorgo di non aver preso né acqua né merenda ma non mi scoraggio, mi fermerò alla Coop mentre vado in là. La sosta mi costa l’ansia di arrivare in ritardo ma le mie preoccupazioni si rivelano infondate perché alle 15.00 spaccate sono davanti all’aula della lezione. Vedo 3-4 persone che aspettano sullo stipite e penso che sono addirittura in anticipo se gli altri non hanno preso ancora posto.

Non proprio.
È che non c’è, il posto.

L’aula è ricolma di studenti ammassati, nessuna speranza di trovare una sedia, forse con una lotta all’ultimo sangue posso sperare di sedermi per terra ed avere abbastanza spazio da aprire il PC per prendere appunti.
E così faccio, in barba ai poveretti che speravano di accomodarsi prima di me aspettando sulla porta.
Non giudicatemi, è una giungla lá fuori.
Incrocio le gambe ed estraggo il computer costringendo il mio vicino a schiacciarsi contro le sedioline in plastica, che solitamente sono macchine di tortura di una infinita scomodità ma che ieri pomeriggio mi sembravano troni intarsiati d’oro e imbottiti di cuscini morbidissimi.
La mia prepotenza nel prendere posto però è stata compensata dal fatto che ho condiviso i miei appunti con la classe sul gruppo whatsapp del corso.

E i miei appunti sono sempre perfetti, ordinati e discorsivi.
Zero senso di colpa quindi.

La lezione tutto sommato è andata bene, anche se il caldo e la folla mi hanno fatto tornare quel cerchio alla testa che speravo di aver scacciato con l’aspirina.
Senza perdermi d’animo ho attraversato il centro della città per volare all’altra lezione in programma, dove ho addirittura avuto la fortuna di trovare un posto a sedere.
Peccato che a quel punto ormai la mia testa fosse definitivamente compromessa, le tempie mi pulsavano freneticamente ed il loro battito era tanto forte da impedirmi di ascoltare la voce del professore. Il caldo era insopportabile e ha cominciato a salirmi una nausea tremenda accentuata dall’odore mortifero emanato da cento studenti sudaticci.
Dopo solo un’ora sono fuggita perché rischiavo davvero di vomitare. Ho ringraziato il cielo perché mi ha mandato un autobus quasi subito, senza che dovessi aspettare alla fermata.

Ma era un ennesimo scherzo.
Riscaldamento a mille gradi, puzzo terrificante di sudore e ora di punta. Ci abbiamo messo 40 minuti ad arrivare a metà strada e nel frattempo non potevo fare altro che combattere contro la nausea imperante che si stava lentamente impossessando di me.
Ora, io non so come voi viviate il mal di stomaco o il mal di testa, ma il mio sintomo prevalente è, oltre al malessere interiore, una salivazione fuori controllo, completamente eccessiva e che non si ferma in alcun modo se non quando l’antidolorifico non fa effetto. E la cosa peggiore è che più cerco di resistere per non sputare, più saliva si produce e dopo appena un minuto mi ritrovo già con la bocca completamente occupata di orribile bava che non posso assolutamente inghiottire perché sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso e mi porta definitivamente al conato di vomito.

Si, è un’immagine disgustosa e terribile.

Ma pensate al mio disagio su quell’autobus caldo come il deserto africano.
Non ce l’ho fatta e sono scesa a tre km da casa scegliendo di andare a piedi perché avrei certamente vomitato se fossi rimasta su. E all’inizio l’aria fresca è stata un toccasana, la nausea è diminuita, anche perché prendendo una strada che tagliava per il parco mi sono sentita in diritto di sputazzare a destra e sinistra come un lama per tutto il tragitto.
Dopo poco però il mal di testa è cresciuto di nuovo e la nausea è tornata, e quei tre kilometri sono stati paragonabili al ritorno di Ulisse ad Itaca.
Arrivare a casa è stato un miracolo. E ancor più miracoloso è stato riuscire a prendere l’oki senza vomitare. La stanchezza era così forte che mi sono appoggiata sul divano e mi sono addormentata, dalle 19.00 alle 20.30, per poi svegliarmi con un rincoglionimento irrimediabile.

Un gran giorno, insomma.

Comunque l’influenza ha sempre i suoi benefici.. una giustificazione per stare fermi ed essere pigri, ad esempio. Cercherò di godermela.

4 risposte a “Una serie di sfortunati eventi”

  1. Sei stata così brava nel tuo scrivere che mi è venuto l’attacco di panico leggendoti in quel viaggio. Ecco perché io non prendo mezzi. Quindi ti capisco e ti ammiro tanto, vorrei avere la tua forza di sopportazione e la tua intraprendenza. Ammetto che poi con la storia del lama sono crepato dalle risate, lì ci voleva il video. Voglio le prove!!!! Dai ora meriti davvero il riposo. Buon riposo allora! Un abbraccio Abby.

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    1. Buongiorno Panda, sono contenta che le mie disavventure almeno facciano un po’ ridere ahahahah grazie di passare sempre ❤️

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  2. Mi piace molto il tuo modo di raccontare, scrivi molto bene

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    1. Ti ringrazio moltissimo 🥺💗

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