Oggi ho passato dieci pessimi minuti. Un momento in cui non ho avuto il controllo su me stessa dopo qualche ora di un pomeriggio perso.
Mi capita spesso, la sensazione di star perdendo tempo. Non parlo di un quadro complessivo, dell’aver la sensazione di sprecare le proprie energie in qualcosa che non ci appaga o che pensiamo non ci sia utile (capita anche quello, sì, ma è tutto un altro discorso), è proprio la sensazione che i minuti ti stiano scivolando via dalle mani. Come se subissi il passare delle ore restando in una condizione di stasi, quasi sospesa, fuori dal mondo.
Solitamente mi succede quando sono costretta, per un imprevisto, a non fare ciò che avevo programmato. Se pregustavo un momento specifico ed improvvisamente non ne posso più godere.
Altrimenti è un’emozione che emerge quando sento di non avere spazio per me. Questo è più complesso da spiegare, faccio un esempio banale, che può risultare stupido e di cui in realtà mi vergogno:
io vivo con mia madre, che è una donna meravigliosa. Al contempo però, è ingombrante. E’ ingombrante nel mio spazio mentale, perchè è il modello per eccellenza: etico, politico, morale. Una specie di Colosso di pietra da osservare con timore e di cui seguire l’esempio, unica retta via possibile.
Ed è ingombrante anche fisicamente, perchè condividiamo uno spazio piccolo (la nostra casina non raggiunge i 60 metri quadri) e perchè è sempre in movimento. Si sposta continuamente, da una parte all’altra. Fa rumore, parla al telefono, chiede, esterna i suoi pensieri in qualunque momento.
E ci sono dei giorni in cui la sua presenza mi afferra letteralmente alla gola. Mi toglie il respiro e mi stringe come una camicia di forza. Senza che lei faccia nulla di sbagliato o sgradevole, è proprio il fatto che c’è. C’è e occupa uno spazio che improvvisamente non può essere più mio.
Questa -percepita- mancanza di spazio e di respiro si associa inevitabilmente con quella sensazione sospesa, come se stessi fluttuando nel vuoto, in attesa di poter riprendere il controllo di me stessa, dei miei respiri, del mio tempo. E conseguentemente, una rabbia cieca. Rabbia irrazionale, senza capo ne coda: isteria.
La rabbia porta con sè il senso di colpa. Perchè non ho alcun diritto di essere arrabbiata, specialmente con lei.
Eppure mi cresce in petto una furia incontrollabile, di quelle che si sfogano solo con le urla da sgolarsi, con i piatti da distruggere, col picchiare contro il muro con tutta la propria forza.
L’ultima è una soluzione che adotto. Tre pugni contro la parete mentre fingo di gridare, spalanco le labbra senza far uscire alcun suono, eppure sforzo il petto come per un urlo incontenibile. Poi piango.
E’ uno schema abbastanza ricorrente, che attuo in solitudine e che di solito funziona (anche se a volte mi lascia con un malumore quasi impossibile da mascherare).
Oggi è andata così, ma si è aggiunta la sensazione sgradevolissima del bisogno dell’abbuffata. Senza pensare ho anche mandato un messaggio del cazzo al mio Coso. Un messaggio inutile per vomitare addosso a qualcuno il mio malessere, in cui gli ho detto che sentivo il bisogno di abbuffarmi e vomitare concludendo con una faccina sorridente.
Non c’è niente da dire, è un messaggio del cazzo. Non può avere una risposta adeguata, non da margine di riflessione, non invita ad un dialogo sull’argomento e fa sentire l’altro solo, impotente davanti al tuo male.
Una cosa da stronzi insomma. Meno male che è tanto buono.
Ora mi è passato completamente l’appetito, mi sento in colpa e vorrei digiunare.
Sono felice di averlo scritto, però. Mi si toglie un peso dalle spalle.
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