La Redenzione del Grinch

Nelle mie memorie, il Natale ha sempre rappresentato una giornata di impegno e fatica, più che di piacere. E’ l’unico giorno dell’anno in cui la famiglia materna si riunisce tutta insieme: nonni, mamma, zii e cugini.

E’ un giorno carico di aspettative, di ansie. La nonna prepara i tortellini in brodo, il lesso, la salsina, un secondo vegetariano, la zia l’arrosto e i carciofi al limone, mamma prepara un primo vegetariano, verdure al forno, antipasti. E l’ansia di mia nonna sulla perfezione e la buona riuscita del pranzo contagia le altre donne, che si angosciano a loro volta sulla riuscita delle preparazioni, e poi si riversa sul resto dei partecipanti creando una tensione subdola che ti fa saltare sulla sedia per ogni minima cazzata. Una macchia sulla tovaglia, il brodo un po’ troppo grasso, i tortellini poco cotti. Qualunque cosa.. A questo clima si aggiunge l’eccentricità di zii e cugina.
Devo premettere che non sono quei parenti bigotti che si temono sempre ai pranzi di Natale, che ti chiedono quando ti sposi o quando troverai un vero lavoro, anzi.. sono brave persone, e già questo non è da sottovalutare.
Ma sono diversi da noi. Rumorosi, ingombranti, nevrotici.
Zia ride a voce altissima facendoti fischiare le orecchie, Zio cammina continuamente avanti e indietro, commenta con una leggerezza inappropriata tutto quello che gli sta intorno: “Il brodo è troppo peso, oh mamma, l’hai fatto tu il brodo? E’ troppo peso“. Ed improvvisamente gli occhi di nonna si riempiono dell’angoscia di non essere stata all’altezza della situazione e bisogna passare i dieci minuti successivi a rassicurarla sul fatto che non sia vero, che il brodo è buono e lo sono anche i tortellini.
Cugina parla a voce altissima, è così esuberante che vien da prenderla a schiaffi, occupa tantissimo spazio, sempre.

Nella mia mente l’avvicinarsi del Natale ha sempre voluto dire sopportazione di questo. Fare un ber respiro prima di entrare in casa e mantenere la calma per tentare a tutti i costi di essere felici, di non arrabbiarsi, di non rispondere male a nessuno.

Una prospettiva non proprio piacevole che mi ha fatto crescere con l’idea che il Natale fosse una sostanziale rottura di cazzo. E che comunque non c’era nulla da festeggiare perchè di Gesù non mi è mai fregato niente, e della famiglia neanche, visto che sono così impegnativi, e neanche dei regali, che finiscono sempre per essere riciclati vista la loro bruttezza.

Una visione che ha intaccato il mio approccio alle feste per tutta l’adolescenza, facendomi apparire come una specie di Grinch.
Una di quelle persone che guarda con superiorità e un pizzico di disgusto chi si diverte a fare l’albero di Natale o vestirsi di rosso e verde.

Da qualche anno a questa parte però le cose si sono ridimensionate. La nevrosi degli zii si è placata, e anche quella della nonna che con la vecchiaia è sempre meno lucida, e spesso meno angosciata.
Quindi in realtà gli ultimi 3-4 anni sono stati molto sereni.. piacevoli.

(Va beh, se si esclude l’angoscia del cibo che mi accompagna per tutto il mese precedente e quello successivo.)

E improvvisamente quest’anno fin dalla settimana prima di Natale ho cominciato a sentire un tenue calore nel cuoricino. Una contentezza infantile.
Mi sorprendevo a pensare ogni tanto: Che bello, a breve è Natale.
Ho preparato i regali di Natale in anticipo, per la maggior parte fatti da me causa scarse finanze. Per Fra ho creato un Podcast (cosa che mi ha quasi fatto diventare scema, ci ho messo una vita): mi sono registrata mentre leggevo il discorso sulle Scienze di Rousseau, l’ho tagliato e aggiustato e l’ho messo su un drive condiviso con lui in modo che se lo possa ascoltare invece che leggerlo, dato che con la dislessia è più faticoso che piacevole. Per mamma una cosa stupidissima: 10 buoni regalo per attività da fare insieme a me. Ho disegnato 10 cartoncini come se fossero coupon del supermercato, con di fianco le varie pubblicità, gli sconti, i manifesti della campagna elettorale.
Una puttanata per farla ridere.

Ho fatto le raviole dolci da portare a casa del mio moroso, perchè a Santo Stefano avrei pranzato lì. Preso un regalino per sua mamma.

E sono stata serena, felice, mentre facevo tutte queste cose natalizie.
E pensavo che non vedevo l’ora di vedere la faccia di Coso quando avrebbe aperto il suo regalo, e che avevo voglia di sedermi di fianco a nonno capotavola e guardarlo ridere, e che ero curiosa di vedere quale orrenda sciarpa mia avrebbe regalato Cugina quest’anno (uno scialle rosa antico con delle rose bordeaux gigantesche, in stile signora moldava di 60-70 anni).

Sono stata felice che arrivasse Natale.
Di non lavorare, di star tutti insieme.

Felice che ci siano le feste, che a Capodanno sarò di nuovo con Fra e Mamma e che stasera devo andare da Babbo per la solita cena di Santo Stefano.
Felice del pranzo di oggi a casa di Coso, con suo fratello, babbo, nonna e parenti che non ho ancora ben capito chi siano.

Mi sento.. di aver voglia di stare al caldo, nelle braccia di qualcuno, o di tanti. Stare al caldo nella mia tana, accucciata alle persone che mi vogliono bene.
Sul divano con Gino sulle ginocchia che fa le fusa.
Coccolata, protetta.
Al sicuro.


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