
Non sono giorni particolarmente emozionanti. Visto che domani ho un esame sono completamente immersa nello studio, un po’ indistraibile come al solito. Sono giornate in cui ripeto all’infinito cose che già so, rileggo, sottolineo, riscrivo.. e basta. Tutto il resto non esiste.
Stamattina ho realizzato (lo so, fa un po’ schifo), che non mi lavo i capelli da più di una settimana, ma solo l’idea di mettere la testa sotto l’acqua mi fa rabbrividire come la peggiore delle torture. In questo momento, se avessi una scelta, preferirei farmi strappare le unghie che fare un bagno.
E visto che la mia testa è occupata solo dalle parole di Jean Jacque Rousseau (nei miei appunti, amichevolmente, JJ), parlerò di lui.
Per il piacere di una veloce presentazione: JJ nasce a Ginevra nel 1712, studia a Torino dove si converte al cattolicesimo (Ginevra era infatti totalmente calvinista, nonchè, nota interessante, l’unica Repubblica democratica d’Europa). Finiti i suoi studi fa ritorno a Madame de Warnes, precettrice che l’aveva allevato in adolescenza e che lo trasforma nel suo giovane amante.
(Che mondo assurdo che doveva essere.. e vista la mancanza della figura materna e questa relazione giusto un poco ambigua con la donna che lo ha cresciuto, verrebbe quasi spontaneo giustificare la sua misoginia, che torna e ritorna nei suoi scritti tanto che ad un certo punto lo si vorrebbe mandare a fanculo).
Dopo un soggiorno a Venezia arriva a Parigi, dove entra in contatto con l’ambiente esplosivo del philosophes e dell’alta borghesia.
Lo sappiamo tutti (o almeno credo) che Rousseau viene considerato un capostipite dell’Illuminismo, uno dei padri della Rivoluzione Francese, una colonna portante del pensiero filosofico, morale e politico del Settecento, ma c’è da precisare che all’inizio della sua carriera non se lo cagava proprio nessuno.
Aveva adattato un paio di commedie di Voltaire, ma fino al 1749 lo conoscevano giusto in due: Diderot (si, quello dell’Encyclopedie) e Grimm, quelli che lui stesso definisce i suoi unici amici.
La verità è che JJ, per lunghissimo tempo, ha fatto una gran fatica ad essere ammesso ed accettato nel mondo raffinato della borghesia intellettuale parigina, che da un lato era composta di filosofi che non avevano altro desiderio che sradicare l’ancien regime, con le sue etichette obsolete, il suo potere stantio, i dogmi, l’ignoranza.. ma dall’altro era pieno di altrettante catene. Erano tutti costretti a frequentare gli stessi posti, a spendere fortune -che non avevano, perchè gli intellettuali lavoravano gratis eh- per andare agli spettacoli e comprarsi i vestiti, e discorrere con le salonnieres (le gentil donne che organizzavano i salotti) di tutto ciò che era all’ultima moda, e mantenere un sorriso sul viso ed una conversazione docile, un atteggiamento affabile ed una risata fine ma contagiosa.
Cioè, pensate se lo chiedessimo a noi. Sarebbe un incubo, non vorremmo mai uscire di casa.
Ed il povero Rousseau era un po’ così… faceva fatica ad adattarsi, e conseguentemente veniva escluso.
Io immagino che ad un certo punto debba aver giustamente pensato: ma sai cosa? andate a cagare.
Ed immediatamente dopo questo pensiero abbia scritto il Discorso sulle scienze e sulle arti, che è un saggio totalmente controcorrente rispetto ad ogni idea illuminista, ma soprattutto, straripante di risentimento verso quella società delle apparenze, corrotta, falsa e ipocrita.
Non so se sia davvero necessario un chiarimento sul pensiero illuminista, ma ricapitoliamolo in modo assolutamente approssimativo: la ragione è comune a tutti gli uomini e va usata; i dogmi della chiesa vanno distrutti; la scienza esiste quindi per favore crediamoci; l’oppressione delle autorità ci ha rotto il cazzo; il progresso è la chiave per la felicità dell’umanità.
Rousseau ribalta tutto facendo un gran casino: le scienze e le lettere portano alla corruzione e all’infelicità umana; l’unica cosa che hanno davvero prodotto sono nuovi bisogni e dunque nuove catene; i filosofi moderni non sanno di che cosa parlano al 90% dei casi, ed il restante 10% se ha davvero scoperto qualcosa, ha scoperto qualcosa di inutile.
E qui ci verrebbe da domandarci se in effetti la sua esclusione non fosse giustificata, perchè non mi sembra proprio un insieme da argomentazioni utile per farsi ben volere, no?
Eppure proprio da qui in poi esplode il suo successo, la sua consacrazione. Diventa famoso quasi quanto Voltaire, e Voltaire era letteralmente il più famoso del mondo.
Il Discorso vince il concorso del 1749 dell’Accademia di Digione.
In quel momento JJ aveva vinto. Era arrivato, finalmente. La polemica suscitata dall’opera lo aveva messo sulla bocca di tutti, aveva creato un dibattito pazzesco.
E tutti quei philosophes contro cui si era lanciato si erano arrabbiati, sì, ma non sarebbe durata a lungo.. si arrabbiavano sempre. La loro permalosità non si trascinava per più di qualche mese, altrimenti nessuno di loro avrebbe più potuto parlare con l’altro.
JJ avrebbe potuto aspettare qualche tempo, rilassarsi, ed entrare finalmente in quel mondo tanto agognato trovandoci un posto comodo, adatto a lui.
E invece non ci riuscì.
Invece che gratificarlo e tranquillizzarlo, il successo provocò in lui i primi germogli di una paranoia nevrotica che lo accompagnò per tutta la vita. Cominciò a vedere ovunque complotti alle sue spalle, infamie, calunnie, riferimenti ostili nelle opere dei suoi colleghi.
Con il Discorso sull’origine dell’Ineguaglianza e con il Contratto Sociale continuò a mantenersi sulla cresta dell’onda, acclamato come uno dei più importanti intellettuali del secolo.. ma il Jean Jacque umano, a furia di trovarsi porte chiuse davanti al muso, si isolò nella sua solitudine, nel suo astio e nel suo rancore, senza alcuna speranza di uscirne.
Basti pensare verso gli anni Sessanta accettò l’invito di Hume di raggiungerlo in Inghilterra, e durante la sua brevissima permanenza si convinse che il padrone di casa spiasse la sua corrispondenza e che i suoi domestici tentassero di avvelenarlo.
Mattacchione, eh?
Proprio Hume, per descriverlo, usa un’immagine meravigliosa:
È simile ad un uomo che si sia spogliato della sua stessa pelle e che così si sia gettato a combattere contro i tempestosi elementi che agitano questo basso mondo.
Spogliato della sua stessa pelle. Completamente, irrimediabilmente, indifeso. Disarmato.
Forse tutti ci siamo sentiti come Jean Jacque, ad un certo punto.
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