Leggo l’Internazionale, mentre il professore in sottofondo parla di qualcosa che non ascolto.
Ho comprato l’abbonamento per regalarlo alla mia mamma, per il suo compleanno, ma in realtà lo leggo io.
Questa settimana si parla soprattutto delle rivolte in Iran, della violenza del regime che cresce, degli organi di polizia, di repressione, delle milizie che vengono ingaggiate per disperdere, uccidere, torturare i manifestanti.
Che follia.
Una cosa tanto lontana da noi che non si riesce neanche a concepire. Non riesco quasi a visualizzarla, a pensarla come vera. Non riesco ad immaginare cosa possa significare, non posso capirlo neanche facendo il più grande degli sforzi.. eppure è realtà, realtà in tutti quei posti che non sono casa mia.
L’articolo che stavo leggendo s’intitola: “La danza per la libertà, da una rivoluzione all’altra“, ed è scritto da Ece Temelkuran, giornalista turca. Mi sono imbattuta in questo paragrafo e mi sono salite le lacrime agli occhi:
È giunto il momento di dare un nome a questa epidemia: la danza della rivolta contro la tirannia e l’ingiustizia. Come il diffondersi del gelsomino. Quando ero a Tunisi, dopo le proteste che gli occidentali avevano chiamato rivoluzione dei gelsomini, le anziane mi hanno spiegato come far crescere la pianta nel mio giardino. Dovevo prendere un ramo di gelsomino e farlo passare sotto terra fino al punto in cui volevo far crescere quello nuovo.
Oggi, quando qualcuno dice che le proteste in Iran non porteranno a nulla, penso a quelle piante. Perché c’è una somiglianza tra le rivoluzioni e i gelsomini. Prima di spuntare, i gelsomini avanzano sotto terra, poi d’un tratto sbocciano altrove. Un ramo di gelsomino dal Cairo a Beirut, un altro dal Cile a Teheran. I gelsomini sbocciano e avvolgono il mondo. E succederà ancora. La caduta dei tiranni e degli oppressori sarà accompagnata dalla danza delle donne.
Ece Temelkuran
I gelsomini sbocciano e avvolgono il mondo.
Quanto vorrei poter fare qualcosa.. partecipare a questa fioritura. Se solo potessi, se solo potessi partire, senza guardarmi alle spalle. Partire e offrirmi per qualcosa di utile.
Non che debba essere per forza una rivolta, o una rivoluzione. Vorrei solo non essere qui, in una bambagia che non mi merito, che non ho conquistato, che mi è solo capitata. Perchè a me e a tutti gli altri no?
E’ un’ingiustizia. Un’ingiustizia di cui mi sento responsabile.. No, anzi, non è che mi sento.. è che lo sono.
Lo sono anche io, lo siamo tutti.
Che ci piaccia o meno ammetterlo, se sei da questa parte è anche colpa tua. Dei tuoi privilegi, dei nostri. Non importa che anche la tua vita sia una merda, non importa quanta fatica tu faccia.. non sei lì. E come me, non puoi capire. E per me è una colpa imperdonabile, da tamponare.. in qualche modo, qualunque modo.
Lo farò prima o poi, è una promessa.
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