Jin Jiyan Azadi

Avevo dimenticato l’odore dei fumogeni. La sua capacità di entrarti nelle narici e rimanere sul fondo del palato per interi minuti dopo essersi disperso. Uova marce. Uova marce e fumo.

Mentre camminavo verso la piazza del concentramento pensavo, un po’ timorosa: “E se non trovo nessuno con cui parlare? Non mi sentirò a disagio a camminare da sola fra tutta quella gente?”. E quasi mi sentivo una quindicenne alla sua prima manifestazione.

Poi ho visto le donne, e a scriverlo mi salgono le lacrime agli occhi.
Una marea di donne. Alte, basse, vecchie e giovani, magre come chiodi o tozze come tronchi tagliati, con drappi rosa che pendevano dai vestiti, dai capelli, dalle borse. Brillantini sugli occhi, rossetti di tutti i colori, sorrisi o sguardi infiammati ovunque mi voltassi.
Le donne che ridevano, che cantavano, che urlavano a squarciagola. Furiose di rabbia e felici di poterlo gridare insieme, strette l’una all’altra, camminando passo dopo passo.
E le ho viste riversarsi sulla strada come una marea che invade la spiaggia, si insinua fra gli ombrelloni e raggiunge le prime case. Allaga ogni spazio, invade ogni crepa. Ovunque. E cresce, cresce ad ogni minuto, inarrestabile.

Sul ponte della stazione ci siamo inginocchiate, dalla testa del corteo parlavano di Masha Amini, delle rivolte in Iran, delle donne che bruciano i loro hijab, che scendono nelle piazze, che vengono uccise sotto la luce del sole con proiettili in pieno petto.
“Siamo qui per Masha e per tutte le donne, per la libertà in ogni parte del mondo”.
La gola si infiamma di rabbia, le lacrime salgono agli occhi.
Eppure siamo tutte insieme. Tantissime, e unite.. e forti più che mai.

Mi viene in mente che la Meloni ha avuto il coraggio di dire di aver vinto per tutte le donne.
No, non per me.
Non per le donne che mi abbracciavano ieri.
Non per Masha.
Per nessuna di noi.

Jin, Jiyan, Azadi.
Donna, vita, libertà.

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