
Stamattina mi sono svegliata di buon umore. Serena.
Questo tempo uggioso mi fa venire voglia di spalancare le finestre e respirare a pieni polmoni. Ubriacarmi con l’aria di pioggia.
Ho qualche giorno di solitudine e nessun impegno.
Magari comincio un libro nuovo. Mi ero ripromessa di leggere tanto in questi due mesi di tranquillità, ma alla fine non l’ho fatto. Tutta colpa di Milan Kundera e dell’Insostenibile leggerezza dell’Essere, che mi hanno fatto salire un nervoso ed una rabbia tali da voler buttare il libro fuori dalla finestra.
Mi ero messa in testa di doverlo finire per forza, ma rimandavo di giorno in giorno senza legger nulla. Alla fine gliel’ho data su, l’ho chiuso e l’ho lasciato sulla credenza della cucina.
Dovete sapere che in famiglia c’è una sacrale adorazione per i classici dell’arte, soprattutto letterari. Mio fratello ed io siamo cresciuti sentendo raccontare della bellezza inenarrabile dei libri di Dostoevskij, Tolstoj, Nabokov, oppure Hemingway, Ellroy o Pasolini. Tutti nomi scolpiti nella tavola di pietra della cultura da apprendere, e soprattutto da apprezzare, quasi obbligatoriamente. Cose che non possono non piacerti, se non ti piacciono dev’essere perchè non le capisci: non c’è altra spiegazione.
Capite la mia difficoltà e conflitto interiore quando mi sono trovata a leggere il classico dei classici e l’ho trovato detestabile?
Mi spiego meglio: è ovviamente un’opera splendida, che si legge con quella bramosia di parole che solo un bravo scrittore ti sa suscitare. Quella voglia di continuare a leggere per il gusto di conoscere quali altre metafore o immagini l’autore ha saputo evocare. E’ una scrittura quasi divina.
Ma è al contempo un libro terribilmente datato. E non perchè ambientato in un contesto diverso da quello moderno di cui sarebbero assolutamente comprensibili gli elementi estranei (bisogna sempre inserire ogni opera all’interno del proprio ambiente storico di appartenenza e comprenderla dentro ad esso, senza condannarla), ma perchè è una sorta di manifesto di quell’ideologia intellettuale di sinistra esplosa negli anni Settanta di cui ancora subiamo gli strascichi.
L’ego dell’autore è il vero protagonista del romanzo, che in soldoni tratta della storia d’amore fra uno stronzo, Thomas, e una poveretta, Tereza. Ho avuto l’impressione che l’intenzione fosse quella di esplorare la complessità umana di queste figure (e delle altre che li accompagnano). Di scavare nel bisogno di lui di circondarsi di amanti, eppure il non poter vivere senza lei, oppure comprendere perchè lei non riesca a staccarsi dall’infelicità che l’infedeltà le provoca. Una sorta di inno alla complicatezza delle emozioni, dei sentimenti, delle motivazioni psicologiche che ci spingono gli uni verso gli altri o ci intrappolano in situazioni senza via d’uscita..
Ma la verità è che questa esplorazione dell’umano avviene secondo dei crismi che ormai sono superati. C’è un sottofondo Freudiano che sembra spiegare ogni cosa come se fosse lineare: Tereza che vive sommessa al suo ruolo di moglie, senza saper uscirne, lo fa in virtù del trauma causatole da sua madre; l’amante di Thomas, che si crogiola in una sessualità quasi staccata dalle emozioni, subisce ancora da adulta il rapporto conflittuale col padre.
Troppo semplice.. e banale.
C’è una sessualità esplosiva a cui può essere ricondotto quasi ogni comportamento umano (Freud, Freud, e ancora Freud), che l’autore ci fa credere di voler scavare, analizzare in ogni dettaglio… ma che in verità è estremamente superficiale.
E’ una sessualità unicamente eterosessuale, forse perchè nel 1981 era ancora troppo presto per scrivere di omosessualità. Posso comprenderlo, ma capite quanto è limitante circoscrivere il sesso ad un solo orientamento sessuale quando si ha la pretesa di analizzarlo in tutte le sue sfumature?
E’ una sessualità unicamente maschile, in cui il punto di vista femminile non emerge mai, se non nella paura che il sesso provoca a Tereza o nella malinconia che provoca a Sonia (l’amante). Giusto, sia mai che le donne possano goderne realmente come tutti gli altri esseri umani. No, impossibile.. è la loro natura: o represse e terrorizzate, o scalmanate e selvagge ma comunque impossibilitate ad accedere al piacere, che rimane solo dell’uomo.
Nell’ultimo capitolo che ho letto, prima di abbandonare la nave, Tereza fa un tentativo, cercando di rifugiarsi nel tradimento per fuggire dalla propria insoddisfazione ed al contempo per vendicarsi di Thomas. Si corteggia con un cliente del bar in cui lavora e lo segue nel suo appartamento dopo mille tribolazioni interiori, e si accorge di aver cambiato idea nel momento esatto in cui varca la porta.
Dice chiaramente di non volere quel rapporto, cerca di resistere, di allontanarsi. Alla fine si arrende a quest’uomo brutale, che non l’ascolta, che non accetta i suoi no. C’è questa scena di sesso squallido da cui sembra voler trasparire che, alla fine dei conti, lei voleva che andasse in quel modo. Il suo orgasmo finale lo conferma. Ed ecco spiegata la complessità della sessualità, com’è controversa, vero?
No, non lo è. Si chiama stupro, Milan.
E chiaramente tu non hai mai fatto venire una donna in tutta la tua vita.
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