Le ferie portano pace, è una verità assoluta e inconfutabile. Soprattutto all’inizio, prima che il ritorno al lavoro sia così vicino da destare preoccupazioni.
Ne parlavo l’altro giorno con mia madre. E’ proprio una stranezza pensare che l’idea del riposo sia, in effetti, più piacevole del riposo stesso. Gli ultimi giorni di lavoro pregusti il relax con tanta passione che ne senti quasi il sapore, poi nei dieci giorni che effettivamente hai a disposizione ti occupi la testa a pensare: quanta fatica farò una volta tornato? Ed è così da sempre! Lo scriveva Leopardi nel 1829.
Questo di sette è il più gradito giorno,
Il sabato del Villaggio.
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l’ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Comunque, ho tre settimane di “ferie” (virgolettato perchè col mio contratto non le pagano, quindi ferie per modo di dire) e sono passati solo i primi tre giorni, dunque ho ancora tempo prima di preoccuparmi.
Lunedì mattina ho passeggiato nel centro della mia città. Un pezzetto di cuore, per me. Guardo i suoi mattoni e i suoi palazzi sentendomi a casa in ogni viuzza. La piazza più grande mi toglie il fiato per la sua bellezza, ogni volta. Ho preso un cappuccino nell’unico bar che non ti chiede l’ipoteca sugli organi per poterlo pagare, e ho letto il giornale. Quanto fa “ferie”, leggere il giornale al bar? Sono stata seduta un’ora e mezza (facendomi odiare dai proprietari che, sapendolo prima, ci avrebbero certamente sputato, nel mio cappuccino). Ho sfogliato le pagine respirando lentamente, bevendo a sorsi piccoli per paura che quel gusto d’estate finisse troppo in fretta. Mi sono goduta il solletico del vento fresco, i brividi dell’arietta mattutina, e l’assoluta pace della solitudine.
Mercoledì mi sono imbarcata in un viaggio verso la città del mio moroso. Che brutto termine. Fidanzato. Ancora peggio. Partner? Terrificante. Credo che lo chiameremo Coso, d’ora in poi.
I miei pirateschi amici, Anne Bonnie e Edward Teach, che stanno insieme dall’alba dei tempi e praticamente sono una sola gigantesca creatura a due teste, mi hanno caricato sulla loro nave trasportandomi fino a destinazione: concerto gratuito di una band Rock demenziale.
E’ stata una serata senza pensieri. Inoltre, il primo concerto che mi godo con Coso, che quindi, come tutte le prime volte, aveva comunque una specie di retrogusto di ansia da prestazione.
A voi non capita? Quella sorta di inutile preoccupazione, come se ciò che state per fare dovesse andar bene per forza, senza intoppi. Apice di questo sentimento, a parer mio, il Compleanno e Capodanno: ti devi divertire se no c’è qualcosa che non va.
Tornando a noi, ci siamo sgolati cantando stupidaggini e distrutti le articolazioni saltando sul posto. Abbracci, baci e sudore.
Musica brutta, ma quante risate.
Dopo il concerto Bonnie e Teach hanno spiegato le vele sulla via del ritorno, mentre io sono rimasta con Coso ed un suo amico che ci aveva raggiunto (amico che una volta ho sognato insultarmi perchè a parer suo puzzavo, credo che mi incuta un po’ di timore, per qualche ragione). Siamo tornati a casa alle 4.00 del mattino dopo aver ballato instancabilmente a ritmo di un dj set con musica metal.
Io detesto ballare. Detesto le discoteche, le luci accecanti e la gente che ti soffoca con il proprio corpo. Eppure è stato splendido e sarei rimasta ancora, anche se il mio normale ciclo del sonno prevede la nanna alle 21.30 se non vado al lavoro (realtà dimostrata dal fatto che il giorno dopo sono stata torturata dal mal di testa fin dal mio risveglio).
Ho ballato! E ballato davvero, come ballo in casa mia quando nessuno mi sta a guardare. Nelle due o tre serate -al massimo- che ho passato “andando a ballare” non sono mai andata oltre al muovermi su un piede e poi su quell’altro cercando di schivare come un ninja tutti quelli che volevano afferrarmi i fianchi.
Il giorno dopo coccole con Coso, respiri profondi e il profumo dei suoi capelli. Sfregare il mio naso con il suo e prenderci in giro.
Sereni.
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